Dal sogno di un laboratorio inclusivo alla magia di un palcoscenico che accoglie e trasforma. È nata così la collaborazione tra l’associazione Si Può Fare e il Centro Telemaco, un progetto di teatroterapia che ha coinvolto un gruppo di assistiti in un percorso artistico ed emotivo profondo. Attraverso il linguaggio del teatro, i partecipanti hanno riscoperto sé stessi, superando limiti e paure. Ispirandosi a Novecento di Baricco, hanno costruito uno spettacolo che racconta la loro storia. Un’esperienza che dimostra come, con amore e determinazione, il teatro possa davvero diventare strumento di cura, crescita e libertà.
Come è nato il progetto con il Centro Telemaco e quali sono state le prime impressioni quando avete iniziato a lavorare con gli assistiti?
Tutto è nato da una telefonata inaspettata, ma tanto desiderata. Dopo aver conseguito il titolo di teatroterapista, ho iniziato a condurre laboratori di recitazione inclusivi e, durante i corsi di formazione per operatori teatrali, ho sempre dedicato un modulo alla teatroterapia. A giugno dello scorso anno, mi chiama il Centro Telemaco chiedendomi se fossi interessata a realizzare un laboratorio di recitazione con un gruppo di loro assistiti. Praticamente un sogno che si realizza. Affiancata dal mio collaboratore, Emmanuele Russiello, siamo andati a conoscere “i ragazzi”, ed è stato amore a prima vista. Sin da subito abbiamo riconosciuto le loro potenzialità e ci siamo fatti una promessa: portarli in scena, a tutti i costi.
La teatroterapia è un approccio che unisce arte e benessere. Quali trasformazioni avete osservato nei partecipanti durante il percorso?
Le trasformazioni più evidenti e significative sono state l’aumento dell’autostima e la conquista della consapevolezza. Due pilastri fondamentali per chiunque voglia conoscersi davvero e migliorarsi. Vederli crescere, superare timidezze, paure e limiti autoimposti è stata un’esperienza incredibile. Hanno scoperto, giorno dopo giorno, che la scena può diventare uno specchio in cui vedersi finalmente per ciò che sono: persone piene di talento, forza e voglia di vivere.
Avete scelto ‘Novecento’ di Baricco come ispirazione per lo spettacolo. Cosa vi ha colpito di questa storia e come l’avete adattata per rappresentare il vissuto dei vostri attori?
Conosco e amo profondamente questo testo da sempre. Abbiamo voluto partire dalla narrazione di Max, il trombettista, che racconta il suo lungo viaggio sull’Oceano, spesso burrascoso, insieme a questo pianista geniale che decide di non scendere mai a terra. Il mare, con le sue onde, i suoi abissi e i suoi orizzonti, è diventato la metafora perfetta. Attraverso un riadattamento del testo, i nostri attori narreranno le loro storie personali, servendosi proprio dell’Oceano per rappresentare le emozioni, le sfide e i sogni che li accompagnano.
Il teatro può abbattere barriere e pregiudizi. Avete incontrato resistenze o difficoltà nel portare avanti questo progetto? E come le avete superate?
Il teatro ha proprio questa funzione: abbattere barriere, soprattutto quelle che ciascuno di noi, spesso inconsapevolmente, costruisce dentro di sé. Più che vere e proprie resistenze, abbiamo incontrato delle difficoltà legate alle patologie o agli effetti dei farmaci che alcuni dei ragazzi assumono. Ma tutto si può affrontare con pazienza, ascolto, calma e tanto amore. Nessun ostacolo ci ha mai fatto pensare di fermarci, anzi: ci ha resi ancora più determinati.
Lavorare con questi ragazzi ha cambiato il vostro modo di vedere il teatro e la sua funzione sociale? Se sì, in che modo?
Sì, assolutamente. Già da anni, insegnando in classi inclusive, avevamo compreso quanto fosse potente il teatro nella sua dimensione sociale. Ma dopo questa esperienza possiamo affermarlo con ancor più convinzione: il teatro dovrebbe entrare ovunque. Nelle scuole, nei centri di recupero, nei servizi sociali, nei luoghi dimenticati. Perché il teatro è il gioco serio più bello del mondo: ti dà la libertà di essere chi vuoi, ma ti insegna anche a migliorare ciò che sei.
Il 2025 segna i 100 anni dalla nascita di Franco Basaglia. Quanto è stata importante la sua rivoluzione nel campo della salute mentale per la realizzazione di un progetto come il vostro?
È stata fondamentale. Il pensiero di Basaglia, con la teoria della deistituzionalizzazione, ha rivoluzionato il modo di intendere la cura: al centro non c’è più la malattia, ma la persona. E proprio grazie a questa visione oggi “i ragazzi” possono scegliere liberamente di frequentare un laboratorio di recitazione come il nostro. Possono salire su un palco e raccontarsi, vivere e creare. E noi, grazie a questa rivoluzione culturale, abbiamo la fortuna e la gioia di accompagnarli.
Il vostro obiettivo ora è riempire il teatro per regalare a questi attori un applauso che meritano. Qual è il messaggio più importante che volete trasmettere al pubblico?
Il messaggio è già nel nome della nostra associazione: Si Può Fare!. Se desideri veramente qualcosa e metti in campo tutte le tue energie, allora sì, si può fare. Questi attori lo dimostrano ogni giorno: con impegno, costanza, fatica e passione stanno realizzando qualcosa di meraviglioso. Meritano che il pubblico li ascolti, li guardi, li applauda. Meritano che il teatro sia pieno.
Dopo questa esperienza straordinaria, quali sono i vostri progetti futuri? Avete intenzione di continuare con altri laboratori o spettacoli simili?
Assolutamente sì. Vorremmo estendere il progetto coinvolgendo anche i Dipartimenti di Salute Mentale di altri comuni, mostrando i risultati concreti che questi laboratori possono generare sul piano umano e terapeutico. E nel frattempo, stiamo già lavorando su nuovi testi da proporre per futuri spettacoli. Perché questi ragazzi ci hanno cambiato la vita, sia a livello personale che professionale. E quando il cambiamento è così profondo, non puoi che andare avanti. Non abbiamo alcuna intenzione di fermarci.